Francesco Fasano
The article examines Benjamín Labatut’s MANIAC (2023) from an ethical-aesthetic and postcolonial standpoint, challenging the master narrative of Western science and its alleged universality. Through a counterintuitive reading, the author argues that Labatut’s work—despite its belonging to the global novel paradigm—reveals a latent Latin American dimension: “magic” as a critical lens capable of undermining the hegemony of scientific rationality. By engaging MANIAC with both the tradition of magical realism and science and technology studies, the essay shows how Labatut’s scientists take on shamanic and mythic features, becoming symbols of modernity’s Promethean delirium. In this light, the “magic of science” functions as a metaphor for the return of the colonial unconscious within Western thought.
L’articolo analizza MANIAC (2023) di Benjamín Labatut alla luce di una prospettiva etico-estetica epostcoloniale, ponendo in discussione il grande discorso della scienza occidentale e la sua presunta neutralità universale. Attraverso un’interpretazione controintuitiva, l’autore sostiene che la narrativa di Labatut, pur inscritta nel paradigma della global novel, riveli una latente componente latinoamericana: quella della 'magia' come dispositivo critico capace di sovvertire la supremazia della ratio scientifica. L’analisi mette in dialogo il romanzo con la tradizione del realismo magico e con i science and technology studies, mostrando come le figure degli scienziati di Labatut assumano tratti sciamanici e religiosi, fino a trasformarsi in simboli del delirio prometeico della modernità. La “magia della scienza” diventa così una metafora del ritorno del rimosso coloniale all’interno del pensiero occidentale.